Crisi idrica Sud Pontino: L’acqua, i suoi misteri, tra la Panapesca e il dissalatore a terra

Iniziamo con il ricordare una data precisa: – 25 luglio 2017 – giorno che determina la fine dei lavori di collegamento alla rete idrica dell’impianto di potabilizzazione installato nell’area industriale “Panapesca”, a Gaeta, per poi procedere ai cosiddetti “test analitici e di funzionamento”.

Il sindaco di Gaeta, Mitrano, ne dava notizia, evidenziando come questa soluzione, contenuta nella delibera del CdA di Acqualatina del 12 giugno 2017, sarebbe in parte servita a risollevare la popolazione del golfo, e in particolare la città di Gaeta, dalla terribile crisi idrica che la attanaglia ormai da mesi. Nel contempo si dava “al gestore”  il tempo di intervenire sulla rete idrica cercando di ridurre le dispersioni.

Diversi giorni prima però,  durante la manifestazione attiva del 15 luglio, erano state poste sia pubblicamente sia a mezzo stampa – al sindaco Mitrano e al CdA di Acqualatina – quattro semplici domande, alle quali ci si aspettava una chiara risposta:

1. Quanto è corrisposto in euro (la servitù) alla Panapesca per ogni metro cubo d’acqua pompato nel potabilizzatore;

2. Quanto costa al giorno l’impianto di potabilizzazione di Veolia;

3. Quali sono i dati (se ci sono!) ufficiali dell’ASL LT6 sul grado di potabilità di quest’acqua;

4. Quanti sono i litri effettivi, rispetto ai 30 previsti, che arrivano agli utenti al secondo al netto delle dispersioni sia in superficie che in profondità.

Durante l’ultimo Consiglio Comunale di Gaeta, nonostante la prof0nda crisi idrica, sono state disattese le aspettative di tutti i cittadini non solo gaetani. Le risposte ai quattro quesiti sopra elencati, infatti, sono stati totalmente ignorati e nessuna risposta è stata data.

Ciò che si evince dal Consiglio Comunale è che “l’operazione Panapesca” potrebbe essere stata finanziata – non abbiamo trovato alcuna delibera ministeriale– dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare per un importo pari a ben Quattro Milioni di Euro.  E’ anche fondamentale per l’intera popolazione riuscire a comprendere in quale punto peschino i pozzi della Panapesca, quale tipo di acqua li alimenti e, soprattutto, essendo gli impianti prospicenti al mare, è fondamentale accertare se si tratti di un “potabilizzatore” di acqua reflua industriale o di un dissalatore a terra.

Nessun documento è stato mostrato al fine di certificare, in maniera chiara e trasparente, la qualità dell’acqua “gestita” dal potabilizzatore.  Si teme infatti che, in questo enorme caos, causato da lavori di collegamento alla rete idrica dell’impianto di potabilizzazione installato nell’area industriale “Panapesca”, possa di fatto non garantire alla popolazione un’acqua che segua gli standard – elevatissimi – di un’acqua che si possa appunto definire “potabile”. Dal giorno dell’attivazione del potabilizzatore, infatti, l’emergenza idrica non è di fatto migliorata, soprattutto in alcuni quartieri di Gaeta (es Gaeta Medievale), dove la  situazione è addirittura peggiorata.

Comprendiamo che le domande sempre piu’ incalzanti, ma non per questo meno interessanti, vadano a toccare delle realtà di rilievo nazionale, come quando ad esempio l’azienda ittica, un tempo di eccellenza su scala internazionale, finì per congiungersi stranamente alla “tragica” vicenda della morte della giornalista Ilaria Alpi. Si ricorda infatti che il suo proprietario, Vito Panati, aveva finanziato – all’epoca dei fatti – con 300 milioni di lire parte di un progetto cooperativo, chiamato Pesca Oceanica,  a cooperazione italo-somala. Questo “matrimonio” societario prevedeva la creazione di una realtà economica, la Shifco, per la gestione di una flotta composta da ben cinque pescherecci e una nave frigo.

Ricordiamo le navi Shifco perchè furono oggetto d’indagine da parte della giornalista Ilaria Alpi, che sospettava trasporto d’armi e rifiuti tossici dall’Italia verso la Somalia, attraverso alcune di queste navi.  Come dimenticare la storia delle navi Shifco, che sembra acquisire oggi i contorni romanzati di un giallo, o peggio di un intrigo internazionale, così come l’anno 2013, quando furono “desecretate” le dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone sul traffico dei rifiuti tossici e i porti coinvolti. Dichiarazione avvalorate dall’informativa del maresciallo dei carabinieri Vacchiano di Vico Equense, che definì la cooperazione italo-somala nient’altro che:  “lo strumento attraverso il quale sia gli italiani che i somali avrebbero accumulato tangenti, al fine di costituire fondi neri – e quindi trafficare – armi e rifiuti,  coinvolgendo non meglio specificati centri di intelligence, e unità per interventi speciali,  degli stati coinvolti”.

E’ grave tutto questo, e anche se apparentemente non ha nulla a che vedere con l’acqua, la carenza idrica e le domande rimaste inevase sui pozzi della Panapesca, ovviamente fa riflettere. Così come fa pensare che alcuni siti di questo golfo sono, da sempre, avvolti dal mistero, anche quando le risposte “dovrebbero” essere ovvie. Un bene pubblico come l’acqua non può essere “specchietto” per antiche domande ancora avvolte dal mistero. Parole come: pubblica utilità, acqua potabile, salute pubblica, non possono restare inascoltate. Le domande sono chiare, così come è chiaro che ci si aspetti sia dal sindaco Mitrano che dall’intero ATO4,  risposte chiare, dirette, oltre all’intera documentazione richiesta. Se queste richieste dovessero trovare, si spera, esito positivo, sarebbe un bel segnale da parte delle istituzioni, soprattutto di vicinanza e d’interesse verso una problematica che sta letteralmente mettendo in ginocchio l’intero sud pontino.

 

Paola Villa

 

 

 

Pubblicato il 7 agosto 2017, in Attualità con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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